DOPO IL PARTO

Quando non è andata come avevamo immaginato

 

Immaginate di ascoltare il vostro brano musicale preferito.

Non ponetevi limiti: immaginate di essere nel luogo giusto, all’ora migliore, comodamente assorti vi lasciate avvolgere e trasportare dalla melodia.

Ah dimenticavo! Il brano è inciso su vinile. La puntina segue la traccia e crea un’intensa atmosfera.

La composizione si avvicina al termine e voi siete all’apice dell’estasi, quando la puntina…salta.

Che sia stato il giradischi oppure un granello di polvere poco importa: il piacere che la musica vi aveva regalato poco fa, è irrimediabilmente cancellato dall’imprevista conclusione.

Succede che il modo in cui un’esperienza si conclude abbia il potere di caratterizzare il ricordo dell’intero evento.

Un errore dell’evoluzione umana, forse uno strumento di salvaguardia da brutte o pericolose  future esperienze, che ci consente di memorizzare le sensazioni vissute facendo una media tra il picco (di piacere o dolore) e ciò che insorge alla fine.

Siamo dunque portati a riabilitare situazioni critiche, nei casi in cui esse approdino a felice conclusione, mentre condanniamo senza possibilità di appello esperienze positive che si concludano in modo infelice.

Temo che ognuno di noi abbia esperienza di una bella amicizia conclusasi definitivamente in seguito ad un solo litigio! E quanti possono vantare la capacità di rievocare i bei momenti vissuti in amore, quando l’amore non c’è più?

Purtroppo o per fortuna i ricordi di ciò che viviamo sono privi delle sensazioni ad essi legate: possiamo ricordare l’intensità di un piacere ma non provarne a posteriori le sensazioni.

Eppure sono loro che incontrandosi con i pensieri danno vita all’esperienza, con la conquista del podio della memoria, nella gara tra il bello e il brutto, di tutto ciò che ci risulta sgradevole: impressioni e considerazioni incresciose si formano più velocemente e perdurano più a lungo, spesso resistenti ai tentativi di smentita.

A tutto questo si aggiunga l’incapacità di tornare indietro nel processo di formazione del sapere personale dove, una volta adottata una nuova visione del mondo, non sappiamo più tornare al vecchio stato di conoscenza.

Abilità umane di cui sarebbe importante essere consapevoli per concedersi la possibilità di recuperare il ricordo di esperienze preziose, cancellate da un epilogo infausto.

Se non è possibile tornare indietro è comunque lecito cambiare nuovamente prospettiva, stimolando la nostra attenzione a ripercorrere l’esperienza per concederci di emozionarci ed aggiungere, alla consapevolezza di una conclusione deludente, la coscienza di un percorso importante.

Penso alla maternità, a cui si approda al termine di una lunga gravidanza e di un breve parto.

Più o meno nove mesi di preparazione alla nascita che, a dispetto di millenni di esperienza, nei modi rimarrà sempre imprevedibile.

Infatti la donna si documenta, ascolta testimonianze, si affida a persone competenti, è pronta all’imponderabile dolore. Riceve indicazioni sui tempi, si affida ad un cronoprogramma che nelle previsioni, salvo casi specifici e predeterminati, si concluderà con parto naturale, quello che (dicono) “fa dimenticare il dolore del travaglio”.

Succede però che la natura a volte sorprenda con inaspettati impedimenti ai quali la medicina fortunatamente può tentare di porre rimedio, intervenendo con il parto cesareo.

Un finale il quale a volte rischia di cancellare l’importanza del lungo periodo che lo ha preceduto, della bellezza, pur nell’indiscutibile difficoltà, della creazione della vita.

Si può dunque rinarrare quella storia dall’inizio, sfruttare il flusso di un’attenzione (trance) che sa riappropriarsi delle conoscenze esperite, distinguerne i diversi momenti ed assegnare loro un nuovo valore.