Qualche anno fa scoprii Oliver Sacks e lessi tutto quello che aveva pubblicato. 

Ero affascinata dai casi clinici da lui esposti sotto forma di romanzo, dalle sperimentazioni raccontate, dagli scorci di vite incidentate che stimolavano una ricerca la quale presto o tardi doveva arrendersi all’originalità, all’imprevedibilità della malattia ed al bisogno umano di darsi sempre e comunque delle spiegazioni.

Ciò che non avevo colto, assetata di elementi che supportassero la mia modesta ricerca sui meccanismi della memoria applicati all’ipnosi, era che la capacità di romanzare la tragedia appartenga al ricercatore estraneo alla vita del paziente, lontano da implicazioni sentimentali.

Perché se a perdere frammenti di memoria è la tua anziana madre, ti accorgi che la trama della sua storia sta cambiando e tu devi arrenderti alla caparbietà della logica umana che, instancabile, collega ogni indizio e nel farlo cambia anche la tua, di storia.

Tu hai già elaborato i tuoi ingombranti cambiamenti e lei, con le sue inconsapevoli domande, smonta ogni tuo baluardo, ridà sangue alle ferite, ti costringe a spiegazioni che erano sacrosantamente valide allora ma oggi ti sembrano fragili, perché mancano il fervore, la determinazione, gli alleati di quei momenti là!

Fortunatamente una cosa che lei ricorda è la mia scarsa disponibilità a dare spiegazioni perciò posso permettermi di rimbrottare come da giovane adolescente ed interrompere i suoi intenti investigativi, ma intanto l’azione creativa stimolata dal ricordo è incominciata e mi costringe a modificare il mio racconto.

Perché adattarci agli accadimenti e dare senso alle scelte che facciamo, è quanto di meglio possiamo fare.