Quando sento il bisogno di ridimensionare l’importanza delle cose che facciamo, penso a quando eravamo cacciatori-raccoglitori. Immaginare il gruppo che si muove seguendo tracce di intuito, curiosità e sapienza mi concede sollievo e mi autorizza a vivere lenta.

Faccio ipotesi di evoluzione anche se sì lo so ce ne sono già e di incontestate ma il pensiero scorre libero, non lascia traccia e, a dispetto del corporeo che nel tempo ha appreso strategie di adattamento verso la funzionalità, quando parliamo di giudizio, convinzioni e valori, barcolliamo nell’indimostrabile.

È una certezza che mi permette di ascoltare interessata le convinzioni della gente: seguo fino a quando mi appare la falla, il punto debole che può diventare fenditura e squarcio, l’apertura di una finestra che scombini l‘ordine e faccia entrare aria nuova.

Mi piace proporre realtà aggiuntive, ipotesi che possano mettere in dubbio le certezze: sarà poi l’innato bisogno di coerenza a far scegliere la versione più convincente della storia.

Se credessi nell’esistenza di verità assolute, disegni universali e predestinazioni, se presupponessi di conoscere la soluzione ai problemi degli altri, convinta che un solo ordine delle cose possa esistere, cercherei in tutti i modi di imporre il mio surrogato di verità.

Invece continuo a trovare efficace la ricerca della leggerezza nella tragedia ovvero la possibilità di aggiungere dettagli che consentano una nuova narrazione, permettano di indossare i panni dell’altro e comprenderlo, ci facciano stupire delle nostre inaspettate capacità.

Ricordandoci sempre che l’ostinata ricerca di un colpevole garantisce alla vittima una vita eterna.