E‘ l’azione che muove il pensiero, oppure è la mente, intesa tra cervello, cuore e pancia, che spinge al movimento?

In che modo conosciamo ciò che crediamo di conoscere?

Posso comprendere la mia storia solo se considero la reazione ad ogni azione, la riorganizzazione ad ogni variazione di programma, come un navigatore costretto a riprogrammare il percorso, quando il libero arbitrio del pilota ha deciso di ignorare il comando di tornare indietro.

Ma la descrizione del passato è possibile solo con la consapevolezza di ciò che sono ora ed è probabile che i ricordi siano una nuova interpretazione di me, così come la formulazione della realtà è la base della mia propria visione del mondo e delle mie azioni.

Se la conoscenza ed il sapere devono essere una riproduzione del mondo, allora occorre un criterio in base al quale si possa valutare quando le nostre descrizioni o riproduzioni siano giuste o vere.

Mi capita, andando per strada, di scegliere fra due o più percorsi e domandarmi chi potrei incontrare scegliendo quello che l’istinto mi suggerisce. La domanda che arriva subito dopo è: cosa non mi succederà, escludendo le altre vie?

Purtroppo non lo saprò mai e l’imponderabile con cui mi troverò a fare i conti modificherà di volta in volta la decisione successiva.

I limiti del mondo a causa dei quali falliscono le nostre imprese, non compaiono mai sotto i nostri occhi e ciò che sperimentiamo, conosciamo e sappiamo è costruito dai nostri propri elementi di costruzione.

L’imperativo etico: agisci sempre in modo da aumentare il numero delle scelte.

L’imperativo estetico: se vuoi vedere, impara ad agire.